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Una storia un po’ da riscrivere. 1 Preti alpinisti

Una storia un po’ da riscrivere. 1 Preti alpinisti
Dal giornale 05 Febbraio 2022 ore 00:24

Una storia un po’ da riscrivere. 1 Preti alpinisti

Nel 1935, l’alpinista e scrittore Adolfo Balliano, fondatore del GISM, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, presentando un’antologia degli scritti dell’abbé Henry, Le ràye di solei (I pascoli del sole), notava come “il clero di montagna in genere e quello valdostano in particolare furono decisi precursori dell’alpinismo. Un’infinità di punte inviolate si arresero ai loro assalti, vere e proprie campagne di propaganda vennero da essi compiute e, quando i paesi delle loro valli, percorsi ancora soltanto da disagevoli mulattiere e carrettabili, non offrivano all’alpinista nemmanco l’abici del ristoro, essi aprivano le porte delle case parrocchiali”. E concludeva assicurando che “chi scriverà la storia dell’alpinismo non potrà fare a meno di dedicarne una buona metà all’alpinismo del clero valdostano”.

Le cose non andarono così, anzi accadde l’opposto: il clero scomparve dalle storie dell’alpinismo. Nemmeno vi accenna il grande classico dalle mille riedizioni di Claire-Eliane Engels, Histoire de l'alpinisme des origines a nos jours; né il recente e documentato, A caccia di draghi. La conquista delle Alpi, di Fergus Fleming. Neppure quello che a mio parere è il libro più affascinante sulle origini dell’alpinismo: Come le montagne conquistarono gli uomini di Robert MacFarlane.

In Italia, dove pure l’alpinismo cattolico ha avuto una presenza sociale dirompente, secondo il più autorevole storico dell’alpinismo italiano, Massimo Mila, i preti alpinisti furono solo dei “pionieri”, le cui “iniziative individuali sono staccate, quasi come una preistoria, dal vero e proprio sviluppo dell’alpinismo italiano in seno al Club alpino”. Anche per Gian Piero Motti, autore della più ampia storia dell’alpinismo, tutto incomincia in Italia negli anni Sessanta dell’Ottocento con la salita di Quintino Sella al Monviso, la fondazione del CAI e le esplorazioni di Baretti, Barale, Martelli e Vaccarone. Alessandro Pastore neppure vi accenna nel suo importante libro su Alpinismo e storia d’Italia.

Forse perché non produsse eccezionali imprese, apparendo poco più di un escursionismo di massa, quasi una prosecuzione del vecchio “pellegrinaggio” verso mete troppo facili per meritare il nome di “alpinismo”. Forse perché a partire dagli anni Trenta “alpinismo” è diventato sinonimo di imprese eroiche, esplorazioni estreme: pareti nord, “settimo grado”, winter 8000, Free solo. Sta di fatto che rimane un silenzio pesante se si pensa che la maggior parte dei ragazzi italiani incominciò ad andare in montagna con i preti, nelle colonie estive, nelle organizzazioni scoutistiche, nelle gite organizzate dai Salesiani e dall’Azione cattolica. E se si pensa al ruolo che la Chiesa ebbe nel legittimare e diffondere a livello popolare un’attività inizialmente elitaria e considerata dai più una pericolosa follia.

Perché allora tanto interesse della Chiesa nei confronti della montagna? Cosa caratterizzò l’alpinismo cattolico? Come si distinse, e talvolta si contrappose, a quello laico, eroico, nazionalista, militaresco? Perché scomparve dai riflettori della storia proprio quando salire in montagna coi preti divenne un fenomeno di massa, forma principale di avvicinamento dei giovani alla montagna, alternativa alla cultura fascista dell’ardimento e all’uso della montagna come “palestra di uomini superiori”? E infine cosa resta oggi di quell’alpinismo cattolico? Cosa ha da dire ai giorni nostri?

Saranno gli argomenti di alcune prossime puntate (dove si capirà anche perché argomento di una rubrica dal titolo “Vie Nuove”).

Per adesso partiamo dall’inizio. Chi ha incominciato a scalare le montagne?

Lasciando perdere gli improbabili “pionieri” che poco hanno a che vedere con l’alpinismo (Petrarca al Mont Ventoux o il capitano De Ville al Mont Aiguille, un itinerario spirituale il primo, e una scommessa tra cavalieri, il secondo), se la giocano due categorie di persone non immediatamente sospettabili: scienziati e preti.

I primi sono assai più noti: i fratelli Deluc, Michel Paccard, Horace-Bénédicte De Saussure, seguiti da nutrite schiere di geologi, botanici, glaciologi, cercatori di fossili e di minerali, che salgono in montagna per necessità professionale, perlopiù di controvoglia, costretti ad arrampicare per risolvere problemi scientifici.

Dei secondi non si sa quasi nulla. Eppure. Nel 1779, sette anni prima dell’impresa di Balmat e Paccard sul Monte Bianco (1786, convenzionalmente considerata la data di nascita dell’alpinismo), l’abate vallesiano Laurent-Jospeh Murith (1742-1816), naturalista e botanico, tra i fondatori della Società svizzera delle scienze naturali, priore a Martigny, noto per aver guidato Napoleone nel maggio del 1800 nell’epica traversata del Gran San Bernardo, raggiungeva i 3734 metri della cima del Mont Velan, segnando probabilmente il record d’altezza per l’epoca.

Pochi anni dopo (non possiamo datare con precisione le ascensione poiché i suoi scritti bruciarono nell’incendio della sua biblioteca durante le guerre napoleoniche), il monaco benedettino Placidus Spescha (1752-1833) compiva diverse ascensioni sopra i 3mila metri nelle Alpi glaronesi: il Piz Cristallina (3.128 metri), lo Scopi (3.190 metri), lo Stocgron (3.418 metri), nel gruppo del Tödi. Poi il Rheinwaldhorn (3.402 metri) e l’Oberalpstock (3.330 metri).

Nel 1788-89, Jean-Maurice Clément, di Champery nel Vallaise, vicario di Illiez, salì diverse cime del bernese tra le quali la lunga e frastagliata cresta del massiccio della Dent du Midi, compresa la Haute Cime (3.260 metri), performance notevole per una persona di 52 anni.

Nelle Alpi orientali le prime ascensioni vennero condotte all’inizio dell’Ottocento da don Valentin Stanig, cappellano a Nonnenberg, curato a Bainsizza e a Ronzina, infine canonico del duomo di Gorizia: Stanig salì in solitaria il Watzmann e l'Hoher Göll, partecipò alla scalata al Grossglockner organizzata dall'arcivescovo di Salisburgo nel 1800 e scalò il Tricorno, il Mangart, il Monte Nero, il Matajur, il Canin redigendo in tedesco puntuali resoconti delle ascensioni che vennero pubblicati dalla stampa specializzata.

Il primo tentativo alla vetta della Marmolada venne condotto nel 1802 da un gruppo di quattro sacerdoti della Val Badia, tra cui don Giuseppe Terza, cappellano di Livinallongo, caduto poi in un crepaccio e probabile prima vittima dell’alpinismo.

Anche in Valle d’Aosta i primi alpinisti furono uomini di Chiesa?

(continua)

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