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Sul K2 dieci nepalesi: i primi a scalarlo d’inverno «Una pagina storica per l’alpinismo mondiale»

Sul K2 dieci nepalesi: i primi a scalarlo d’inverno «Una pagina storica per l’alpinismo mondiale»
Dal giornale 23 Gennaio 2021 ore 00:12

Squadra, logistica e tempistica perfette. Giusto equilibrio tra rischio e raggiungimento dell’obiettivo. L’ultimo dei 14 Ottomila non ancora conquistato nella stagione invernale (5 anni fa il Nanga Parbat, 31 anni fa l’Everest) è stato raggiunto da una spedizione di 10 sherpa nepalesi, che hanno toccato la vetta del K2, la seconda montagna più alta della Terra (8.611 metri), scrivendo una bella pagina dell’alpinismo mondiale, indipendentemente dallo stile utilizzato.

«Finalmente una delle pagine più importanti della storia dell’alpinismo è firmata da nepalesi. Una gratifica importante per il Nepal e per il popolo degli sherpa, che troppe volte è stato relegato nell’ombra dei successi occidentali» commenta il fuoriclasse valdostano Hervé Barmasse. «L’unico nepalese a entrare nella storia era stato, il 29 maggio 1953, Tenzing Norgay quando con Edmund Hillary conquistò l’Everest. Altrimenti i protagonisti della scena sono sempre stati gli occidentali . Questa volta l’onore va a chi lo ha sempre meritato. E’ stato qualcosa di più di un’impresa alpinistica: con un notevole spirito di squadra, si sono aspettati prima di salire tutti insieme alla vetta». Qualche critica è stata mossa alla spedizione nepalese perrhé sono saliti in 9 su 10 con l’ossigeno. «Hanno fatto esattamente ciò che viene accettato per interesse economico. - sostiene Hervé Barmasse - In Himalaya le guide sono le prime ad accompagnare i clienti con questi mezzi e gli alpinisti professionisti ad accettarli quando gli sherpa attrezzano le vie normali. Ora si potrà ripetere l’impresa in stile alpino: senza corde, senza ossigeno e non su via normale». E per quanto riguarda ciò che ha in programma l’alpinista «Cresciuto all’ombra del Cervino», vi è l’obiettivo di «Aprire una via nuova su un Ottomila e scalarne 1 in inverno in stile pulito».

«Sono salito sul K2 nel 2000, erano altri tempi e altre condizioni» riferisce Marco Camandona. «Gli alpinisti nepalesi negli ultimi tempi hanno registrato un’evoluzione notevole. E’ la loro prima volta in una spedizione alpinistica, non come guide. L’orgoglio nazionale si è trasformato in un’impresa invernale straordinaria più per le condizioni ambientali, il freddo, che per le difficoltà tecniche. E’ la via normale che alcuni del gruppo avevano già percorso d’estate. Nirmal Purja a 8.600 metri di quota e a meno 50 gradi senza ossigeno è stato straordinario. Solo 2 anni fa aveva conquistati tutti i 14 Ottomila in 6 mesi e 6 giorni con l’ossigeno».

Pone l’accento sullo spirito di gruppo pure François Cazzanelli, che ha apprezzato che i nepalesi abbiano dimostrato una grande unione, che è quella che caratterizza questo popolo: «In questo caso si sono uniti per un obiettivo alpinistico. Gli auguro che questo sia un punto di partenza per fare altre ascensioni non solo per lavoro, ma per se stessi. Spero che i nepalesi non restino solo guide, ma che vadano in montagna anche per conseguire risultati importanti. Hanno tutto il potenziale per farlo, devono prendere coscienza delle loro capacità. Hanno avuto fortuna per il meteo, trovando bel tempo e assenza di vento». Quest’estate François Cazzanelli vorrebbe partire per il Pakistan, per scalare il K2 in spedizione con Marco Camandona, Emrik Favre, Francesco Ratti e altri ancora da definire. Sulle Alpi ha 2 eventi programmati per febbraio, ma «Siamo in balia della situazione pandemica. Per ora la montagna non ha regalato le condizioni meteo migliori per fare ascensioni invernali. Dopo un novembre bello, in cui siamo saliti sulla parete nord della Roccia Nera, da dicembre il tempo è stato incerto, alternando periodi freddi a nevicate, mai stabile. Per quanto in Valle d’Aosta abbia nevicato poco, il meteo instabile non ha consentito salite impegnative, non dando mai alla neve il tempo di stabilizzarsi».

«Per tutti noi che abbiamo frequentato il Nepal e gli sherpa, è un grande successo meritato» conclude Adriano Favre. «Anche per come lo hanno realizzato. Date le condizioni meteo, meno 60 gradi al Campo 3, è stato un exploit incredibile, con uno di loro perfino senza ossigeno. Quello che ha colpito di più è che in 10 siano arrivati in cima. Sono persone eccezionali. E tutto ciò anche grazie a una leadership», quella di Nirmal Purja, «Tale da motivarli e farli proseguire pure quando le condizioni erano proibitive. Avevano una figura al loro interno in grado di mantenere alta la motivazione del gruppo e fare in modo che tutti arrivassero uniti in cima. Hanno raggiunto una maturità alpinistica tale per cui adesso sono in grado di realizzare imprese - conclude Adriano Favre - e di raccontarle con padronanza dei mezzi di comunicazione».

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