Dal giornale

Rita Visendaz, memoria della cultura popolare spazzata via dal turismo

Rita Visendaz, memoria della cultura popolare spazzata via dal turismo
Dal giornale 18 Giugno 2022 ore 17:29

Un libro aperto e memoria storica di Ayas, Rita Visendaz è una delle ultime testimoni della vita con-tadina che caratterizzava le nostre terre di montagna prima dell’avvento del turismo di massa veicolato dallo sci, che ha aperto un nuovo capitolo, cancellando buona parte del passato. Ed è la prova vivente di come i luoghi di origine, dell’infanzia e della giovinezza, restino dentro, lasciando tracce indelebili, e condizionino anche le future scelte di vita.

Nata a Antagnod il 24 luglio 1938 da Germano Visendaz, all’epoca 54enne originario proprio del villaggio capoluogo di Ayas, e da Maria Alliod classe 1903 che veniva da Periasc, a sua volta figlia di Alessio mentre la madre, nonna materna di Zita, era Veronica Favre, una walser di Saint-Jacques.

Papà Germano di lavoro faceva il falegname ed era emigrato a Grenoble per lavoro, rimanendo ve-dovo della prima moglie, Taidina Brunod, a causa della tisi, con tre figli piccoli. Erano del 1914 Alessio che diventò medico e ricercatore, fu anche ufficiale nella Seconda Guerra Mondiale, poi del 1915 Guido, figura famosa, teologo e sacerdote, cappellano militare della Divisione Brennero nel conflitto mondiale, decorato al Valor militare sul fronte greco, che dopo avere salvato centinaia di militari italiani dalla deportazione fu il fondatore del Villaggio del Fanciullo a Silvi Marina, una struttura enorme oggi abbandonata, per accogliere i ragazzi di strada, che realizzò in qualità di cappellano del carcere di Lanciano grazie alla donazione di un vasto terreno prospicente alla spiaggia di Silvi da parte dell’allora ministro Giuseppe Saragat, un affezionato frequentatore di Ayas, quindi del 1921 Renato, rimasto senza la mamma a soli due anni, maestro e poi studente universitario, uno dei “Ragazzi di Aosta 1941” che dopo il corso da allievo ufficiale venne assegnato come sottotenente al Battaglione Dronero del Secondo Alpini Divisione Cuneense e che fu sfortunato protagonista della terribile ritirata in Russia, morto nel campo di prigionia di Oranki dopo essere stato catturato ferito al termine di un assalto alla testa del suo plotone, decorato della medaglia d’argento al Valore. «Ho un bel ricordo di questo fratello maggiore, per noi René, che mi prendeva sulle ginocchia - rivive quei giorni di serenità Zita Visendaz - e mi cantava le canzoni degli alpini, mi regalava dei libri, che mi sono sempre piaciuti molto, e le matite per colorare, mi scattava le fotografie e amava molto i bambini.»

Germano, che tra il 1940 al 1941 vide partire tutti i suoi tre figli per la guerra e non tornare il suo René, il più piccolo, si risposò appunto con Maria Alliod e ebbe Rita nel 1938 e Carlo nel 1940. La nostra protagonista Rita ha dei ricordi forti dei suoi primi dieci anni a Ayas: «Sicuranente quello delle mucche al pascolo, poi le coroncine di fiori che mi regalavano in primavera. Però oltre alle immagini della sfolgorante natura di Ayas, restano anche nella memoria i ricordi legati agli anni della guerra con i tre fratelli al fronte. Inoltre, qualche volta i partigiani venivano alla Messa armati fino ai denti e mi spaventava molto anche solo guardarli. Un giorno, in inverno, hanno fatto irruzione nella nostra stalla chiedendo a mio padre le chiavi delle Ville Rivetti, di cui era il custode, per poterle depredare, ma lui non le consegnò e preferì accompagnarli, lasciandomi con l’angoscia di non rivederlo più per il timore che lo uccidessero. Ricordo anche gli aeroplani che sorvolavano la nostra valle e gli adulti dicevano che andavano a bombardare Torino e Milano».

Rita Visendaz rammenta bene la “sederià”, con le persone che andavano nelle stalle dove ci si ritrovava. Occasioni che i bambini gradivano molto. «Mi piaceva parecchio quando ci spostavamo dal “peio”, che era l’abitazione estiva al primo piano, nella stalla, la trovavo intima e raccolta, soprattutto nel pomeriggio quando le mucche ruminavano tranquille e si creava un bel tepore.» Come di-menticare poi l’odore della stalla appena arrivava sotto Antagnod salendo a piedi da Periasc, che aveva raggiunto in corriera da Verrès tornando studentessa da Biella. «Un ricordo nitido, quasi palpabile. Quando sentivo lo stesso odore nei vestiti aprendo la valigia tornata a Biella, mi dava fastidio, un po’ per la nostalgia, un po’ perché non era più abbinato a quei luoghi e momenti, mentre a Antagnod per me quell’odore nell’aria significava la casa e gli affetti.»

Mano a mano che Rita cresceva lavorava in campagna insieme ai genitori, le stagioni avevano un ritmo lento, sempre uguale. «Prima di fare i fieni, con mia madre tagliavamo l’erba intorno ai prati con il falcetto. A volte mi ferivo e mamma Maria mi diceva che era il mestiere che mi entrava nel sangue. Prendevo le foglie di piantaggine, le bagnavo con la saliva e le avvolgevo intorno alla ferita per attenuare il fastidio. Si falciava e si raccoglieva a mano, anche con l’aiuto di quelli che chiamavamo gli “operai dei fieni” che venivano da Challand e da Verrès, talvolta erano quelli delle estati precedenti, altre volte nuovi, e si fermavano nel centro di Antagnod dove ora è il negozio dell’Ivat, arrivando la domenica sera con la corriera. Mio papà ne aveva sempre tre, dovendo curare parecchia terra. Anch’io collaboravo: mi alzavo presto e, mentre mia madre era a mungere le quattro mucche nella stalla, dovevo preparare una piccola gerla con pane, formaggio, salsicce, sanguinacci, vino e una tovaglia bianca, per arrivare sul prato al sorgere del sole. Lì facevamo colazione con papà Germano e gli operai. I prati erano molto più curati di adesso, c’era quasi una gara tra i vicini a chi aveva l’erba tagliata meglio. In primavera si rastrellavano quegli stessi prati ed i campi per rompere e spargere letame secco messo in autunno. Noi bambini raccoglievamo le piccole pietre dell’inverno e se si accumulava della terra in basso negli appezzamenti in pendenza, andava riportata su, con i cassoni a mano. Poi nei campi si seminavano orzo, avena e patate, che bisognava raccogliere. Tutti fa-cevano gli stessi lavori, compresi chi aveva un commercio. Per il resto dell’estate si pascolavano le mucche e i vitelli, noi ne avevamo otto complessivamente, che in inverno stavano nella stalla insieme alle galline, ad una pecora e all’asino, che si teneva in società con una famiglia di Lignod per dividere le spese del mantenimento.»

«Una parte della nostra stalla - commenta Rita Visendaz - era adibita ad abitazione. In alcune, più belle, un divisorio separava la parte riservata agli animali, nella mia c’era solo un bordo ed iniziava la casa, che aveva un letto, un tavolo, delle panche e la stufa. C’era un passaggio comune, dove si lasciavano i sabot e si entrava scalzi, poi le due parti erano ben distinte. Lì si passava tutto l’inverno dai Santi e fino ad aprile perché, grazie al calore degli animali, occorreva meno legna per scaldare l’ambiente e si accendeva la stufa solo per cucinare. Il sabato era il giorno della disperazione degli uomini perché le donne pulivano le stalle e loro non sapevano dove stare. Dalla primavera in poi ci si trasferiva al “peio” al primo piano. Le “sederià” si facevano solo d’inverno perché nelle altre stagioni nessuno aveva il tempo, dopo aver portato il latte appena munto alla latteria ed avere cenato, quindi intorno alle 18. Le “sederià” erano lo spazio tra la cena e l’andare a dormire. Le donne facevano la calza o filavano, si parlava del più e del meno, della vita quotidiana e del passato, e i bambini giocavano, aiutavano a togliere i bottoni e a formare i gomitoli, imparavano ad usare i ferri da maglia e a ricamare. Invitare non era consuetudine, lo si faceva solo alla festa patronale quando si ospitavano i parenti degli altri villaggi per condividere il pranzo e danzare.»

Si ballava anche al Bar La Capannina di Lignod, dove si radunava per le prove il gruppo folkloristico, che venne rivitalizzato proprio da Rita, che si è occupata di fare realizzare i costumi. Il maestro era Evaldo Obert che seguiva le prove dei balletti, mentre l’organista della chiesa Giovanni Alliod suonava la fisarmonica.

Rita Visendaz ha frequentato le elementari nelle tre aule dislocate in punti diversi di Antagnod, con tre insegnanti: Suor Raffaella, che è rimasta poco («ricordo solo che il terzo giorno ho rovesciato tutto l’inchiostro sul banco»), Suor Orsola, a Antagnod per moltissimi anni, molto severa, le piace-vano i ragazzini svegli e non aveva pazienza con quelli meno bravi, ai quali talvolta diceva «sei più asino del tuo asino», e la maestra Carosio, che veniva da fuori e aveva sposato Edoardo Merlet della famiglia proprietaria della Gabella, il bazar dove si vendeva di tutto, dal sale ai tabacchi, ai generi alimentari. «Mi piaceva molto studiare, c’erano dei villeggianti che in estate mi portavano sempre un astuccio con sei matite colorate e una penna, il che mi riempiva di orgoglio perché ero l’unica ad avere un astuccio sempre nuovo.»

Quanto ai giochi, Rita Visendaz ricorda un bauletto che le avevano regalato alle elementari, nel quale teneva una bambola, con degli straccetti che usava come vestiti. «Giocavamo bene pur con poco. Raccoglievamo i cocci e facevamo finta di avere una bottega, usando le carte delle caramelle come soldi finti - le Golia valevano meno, le Baratti, più rare, di più -, oppure facevamo finta di apparec-chiare la tavola utilizzando i legnetti come posate. In estate a volte andavamo a rovistare perfino nell’immondizia per trovare dei materiali da trasformare in idee di gioco. I maschi immaginavano di avere le mucche, che erano scatole, con cordine, il cui rumore evocava i campanacci.»

Il papà Germano, che aveva seguito i lavori di falegnameria alle Ville Rivetti completate nel 1924 da Giuseppe “Pinot” Rivetti poco sopra la chiesa di Antagnod, era rimasto orfano del padre Alessio, morto improvvisamente di polmonite, quando aveva dodici anni nel 1896 e ricordava spesso che la mamma Teresa Fournier aveva dovuto crescere da sola cinque figli. Grazie al suo lavoro, aveva contatti frequenti con la moglie di Giuseppe Rivetti, la gressonara Rosetta Squindo, che in autunno e in primavera andava a visitare le scuole e domandava alle maestre del rendimento scolastico di Rita. Avendo appreso che era dotata per gli studi decise di chiedere a Germano se fosse possibile portarla a Biella con sé, dall’autunno dopo la quinta elementare, mantenendola negli studi. Rita visse dunque a casa Rivetti per sette anni, frequentando le medie e le magistrali. «Mi avevano ricavato un angolo nella stanza del personale e, quando era troppo rumoroso, la cuoca mi faceva stare nello stanzino attiguo alla cucina dove riuscivo a studiare più tranquillamente. All’inizio è stata dura, ho sofferto di nostalgia salendo a Natale, a Pasqua e per i tre mesi estivi. Talvolta ho dovuto prendere il treno da sola e avevo paura di scendere a Chivasso per la coincidenza.»

Diplomata nel 1956, ha iniziato a insegnare a Ayas nell’anno scolastico 1957-58, prima nelle scuole sussidiate di Magneaz e del Crest, poi - dopo avere vinto il concorso - a Periasc e a Champoluc. «Quando sono andata a Magneaz per vedere la stanza pagata dal Comune avevo diciannove anni, mi davano del voi e mi chiamavano maestra. Da quando nel 1969 mi sono sposata e trasferita a Milano, ho smesso di insegnare, pur amando il mio lavoro. E’ stata una scelta sofferta lasciare la mia valle e la scuola, ma per me il trasferimento a Milano fu un cambiamento enorme, non sono mai entrata nello spirito della città. Appena sposata ho avuto subito due bambini, Marì nata nel 1971 e Guido nel 1972.»

Rita Visendaz conobbe il marito Francesco Biasia, mancato nel 2007, nel 1967, quando lui era cliente dell’Hotel Moderno di Champoluc e lei andava ad aiutare in ufficio la titolare Luciana Brunod. «Mi chiedeva delle nostre abitudini e aveva tante curiosità suscitate dai due volumi su Ayas di Gianfranco Bini, fotografo biellese, appena pubblicati, una ricerca per immagini voluta per fissare il ricordo delle tradizioni da Ezio Zorio e dalla guida alpina Giancarlo Fosson. Già nel 1967 si vedeva il turismo che avanzava ed iniziava a distruggere la nostra vita contadina. - ricorda con lucidità Rita Visendaz - A Francesco piaceva molto entrare nell’anima delle nostre usanze e gli veniva spontaneo filmare con la sua cinepresa i luoghi, le situazioni e le persone. Chiedevo loro il permesso per filmare ed accettavano tutti di buon grado, io registravo spesso anche le voci e i rumori. Questi filmati sono venuti bene, anzi a un certo punto ci siamo resi conto che avevano assunto un valore in quanto testimonianza visiva di una cultura alpina ormai quasi in estinzione. Durante l’estate li proiettavano alla festa degli antichi mestieri di Antagnod e ne abbiamo dato pure una copia alla biblioteca comunale. In un’occasione ha seguito la proiezione Rodolfo Soncini Sessa, docente del Politecnico di Milano ed abituale frequentatore con la sua famiglia di Ayas. I filmati gli sono piaciuti moltissimo e mi ha chiesto se poteva proiettarli grezzi, senza montaggio, nel corso di una serata in cui li commentavo a ruota libera.»

Gradualmente è venuta l’idea a Rodolfo Soncini Sessa di coinvolgere il documentarista Guido Sagramoso e di creare un sommario per argomenti, facendo restaurare i filmati in un centro nel Veneto, dove Carlo Bazan titolare dell’omonimo studio multimediale di Treviso li ha ripuliti e scannerizzati, compiendo un lavoro molto impegnativo e fondamentale per la loro conservazione al puro prezzo di costo, perché innamorato a sua volta dei filmati e dei loro contenuti. Tutto è iniziato nel 2018 ed è ancora in corso, comunque nel frattempo un sito è stato creato - untempoinayas.it - per contenerli e soprattutto renderli fruibili. «Ai filmati girati da mio marito Francesco, che compongono le quattro stagioni complete, si sono aggiunte altre idee, concernenti le lavorazioni su diverse attività - il legno, il ferro, il latte e le patate - e le pagine di vita per rendere l’idea dell’atmosfera di allora.»

Grazie a questo progetto Rita Visendaz sta tramandando un patrimonio di informazioni, di racconti e di testimonianze filmate e registrate di un tempo, tra il 1969 e il 1975, in cui la cultura popolare della montagna nella valle di Ayas ancora prevaleva su quella turistica, che era quella dei villeggianti abituali e prettamente estiva. Poi con lo sviluppo dello sci e il contestuale radicale cambiamento dei valori tradizionali della civiltà valdostana, nel decennio dal 1970 al 1980 è sparita del tutto: con la frequentazione delle piste e degli impianti di risalita il turismo è diventato di massa.

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