Dal giornale

Psicologia collettiva e pandemia

Dal giornale 13 Marzo 2021 ore 03:39

Non sono poche le società, in cui la malattia viene spiegata come conseguenza di fattori di vario ordine come, per citarne alcuni, la stregoneria, le punizioni per mano degli antenati, l’intrusione di spiriti maligni, la disobbedienza a forze spirituali superiori. Antropologia docet. La biomedicina occidentale, ovviamente, rifiuta tali spiegazioni. Per certi versi una certa ecologia fondamentalista e punitiva ci fornisce invece una spiegazione abbastanza simile. Secondo tale visione infatti ciò che è in atto è conseguenza dei nostri comportamenti. Paghiamo il prezzo delle nostre colpe. Madre Natura si vendica avendo noi rotto il primo patto che ci univa a lei, volendola dominare, fatto che inesorabilmente ci porterebbe alla devastazione della Terra. Una prospettiva in sintonia, se non intendo male, con il pensiero del Papa, espresso nel nuovo libro, “Dei vizi e delle virtù”, appena uscito in libreria. Sarà così? Non lo so. Ma aldilà di queste considerazioni ecologico-metafisiche, la prevista catastrofe del riscaldamento globale potrebbe aver formato una sorta di stampo primario di una rappresentazione del disastro in cui si è verificato l'evento Covid. Per anni siamo stati culturalmente immersi nella profezia di una disgrazia annunciata, con immagini scioccanti di scioglimento dei ghiacciai, tornado ed inondazioni, distruzioni di fauna e flora e chi più ne ha più ne metta, a partire da film, come «La guerra dei mondi» del 1951 ad «Armageddon», per non parlare dei libri apocalittici, ancor più numerosi. Alcuni attivisti ambientalisti non hanno inoltre mancato di presentare la pandemia come l’ultimo ultimatum inviato dalla Terra a noi o anche la prova generale del disastro climatico che verrà, sapendo che quest'ultimo sarà irreversibile e sarà mille volte peggiore della crisi che stiamo vivendo. Tutti ci siamo trovati di fronte ad immagini scioccanti di pazienti in terapia intensiva come se il mondo si fosse improvvisamente diretto verso il disastro con un'evidente mancanza di mezzi per fargli fronte, portando a una sensazione di paura ed impotenza. All'improvviso ci siamo trovati di fronte ad un evento che ha creato una situazione che sembrava non solo inimmaginabile ma ancor peggio incontrollabile. L'angoscia per la malattia e la morte di massa si è diffusa attraverso le relazioni sociali. Virologi, epidemiologi, medici si sono affolatti cercando, spesso in modo contraddittorio, di tranquillizzarci, spiegarci dai set televisivi, senza peraltro riuscirci l’instabilità della situazione, in continuo cambiamento. La prima reclusione ha, allo stesso tempo, visto la riduzione dell'inquinamento nelle città, un rinnovato silenzio, il canto degli uccelli. Un momento straordinario apparso ad alcuni come un assaggio di una riconciliazione tra uomo e natura, almeno per coloro che vivono nelle grandi città ed aspirano a una vita più sana, ad un ritorno alla natura. Questa rappresentazione alleata ad una profonda preoccupazione per il sé è così apparsa essere il contrario del catastrofismo. Come riassumere allora l'anno Covid? Apocalittico o epocale? Molte persone credono che il terribile tributo subito col coronavirus dimostri l'impotenza dell'umanità di fronte alla forza della natura. In realtà, il 2020 ha dimostrato che l'umanità è tutt'altro che impotente. Le epidemie non sono più forze incontrollabili della natura. La scienza le ha trasformate in una sfida gestibile, con dei limiti di gestione, soprattutto politica.

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