«La Francia è morta, viva la Francia» Le cause della crisi alla vigilia del voto

«La Francia è morta, viva la Francia» Le cause della crisi alla vigilia del voto
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Il grido “Le roi est mort, vive le roi!” risale alla morte di Charles VIII nel 1498 cui succederà Louis XII. La fine di un epoca è sempre l’epifania di una nuova, anche quando questa è incerta; soprattutto quando la fine è precipitosa e in parte inattesa nella sua precipitazione. Tra il 6 e il 9 giugno scorsi si sono svolte pure in Francia le elezioni europee. In questa occasione il partito Rassemblement National di Marine Le Pen e Joan Bardella ha ottenuto un risultato storico: è il primo partito in 92 Dipartimenti su 96 con, però, un’affluenza debole, vicina al 50 per cento. In questo contesto il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, a sorpresa, ha deciso lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e nuove elezioni legislative.

Domenica scorsa, 30 giugno, in occasione del primo turno delle consultazioni, l’estrema destra ha conquistato un nuovo risultato storico. Oltre il 34 per cento dei suffragi. Circa 10 milioni di voti che, se aggiunti a quelli della destra di Eric Ciotti, portano a 12 milioni di suffragi con una partecipazione questa volta molto elevata pari al 66,7. La storia di queste settimane è in parte storia nota. In vista delle elezioni legislative, l’intera sinistra francese si è unita nel Nouveau Front Populaire ottenendo un risultato significativo. L’elettorato macroniano risulta fortemente ridimensionato. In apparenza lo scenario politico francese sembra essere costituito da 3 poli: l’estrema destra (34 per centro circa), la sinistra (28 per cento circa), l’area macroniana (20 per cento circa).

In questi giorni assistiamo alle grandi manovre in vista dei ballottaggi che avverranno domani, domenica 7 luglio, con la partecipazione via internet o di persona di centinaia di valdostani che possiedono la doppia nazionalità. Corrono voci di un possibile nuovo scioglimento a termine che però, ai sensi dell’articolo 12 della Costituzione francese, potrà avvenire solo dopo 12 mesi nel 2025. Di per sé non sarebbe una scelta del tutto straordinaria. Già Charles De Gaulle e François Mitterand avevano sciolto l’Assemblea 2 volte consecutivamente. Questo a grandi linee lo scenario.

Gilles Gressani lo analizza con grande puntualità su Huffington Post Italia di lunedì 1 luglio. Lo scrittore Yannick Haenel, che apprezzo molto, ha scritto martedì scorso: «J’ai fait barrage en 2017, j’ai fait barrage an 2022, je ferai barrage en 2024». Vorrei fare qualche considerazione partendo proprio da qui. Quando si fa sbarramento si è in una condizione di difficoltà o addirittura in una condizione ormai estrema. Significa che sta avvenendo un fenomeno che si tenta di arginare prima che sia troppo tardi. Forse è già troppo tardi. È una condizione di evidente debolezza. Quando questa attitudine segna una lunga fase tutte le analisi del voto, ma anche le analisi con un orizzonte temporale troppo breve, risultano essere assolutamente insoddisfacenti.

Se poi allarghiamo lo sguardo all’Italia e al resto dell’Europa è ancora più evidente che il caso della Francia non è certo un caso isolato. Per rimanere però in Francia, la sensazione è che vi siano alcuni grandi temi che meritano attenzione. Diversamente non si spiegherebbe un fenomeno politico-sociale delle dimensioni di quello attuale. Mi soffermerò qui su alcune di queste questioni che, pur essendo oggetto di attenzione da molto tempo oltre che di scontri e polemiche d’ogni sorta, non sembrano strutturare positivamente il dibattito pubblico. Anzi, sembra piuttosto incancrenirsi una radicalità disperante e vacua che da un lato cavalca ogni sorta di disagio della Francia profonda e dall’altra alimenta un antagonismo rivoltoso, ciò che ha come esito finale un clima di scontro ideologico che ricorda drammaticamente quello esasperato del Novecento con tutto ciò che comporta e che può comportare. Cosa ci ha dunque portato fin qui. Fino al bordo del precipizio?

La prima questione è anche la più divisiva come si dice oggi. La società multietnica e multiculturale. Gli anni del Covid hanno fatto dimenticare troppo rapidamente gli anni immediatamente precedenti che sono quelli fortemente segnati dal terrorismo islamico. Nel 2015 gli attentati Hyper Casher, Charlie Hebdo e Bataclan. In tutto, dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, oltre 70 attentati e più di 300 morti. Questo fenomeno progredisce parallelamente all’espansione anche in Francia dell’islamismo radicale wahabita e salafita. In questa fase, in molte aree delle periferie urbane, l’integralismo musulmano sviluppa una contro-società che non si riconosce più nelle istituzioni repubblicane. Questo islam radicale si impone in molte zone con la forza e l’intimidazione. Se consideriamo che i musulmani in Francia sono circa il 10 per cento della popolazione ed è la prima comunità in Europa si capisce meglio che si tratta di una questione seria e molto complessa. L’impatto di lungo periodo di questi fenomeni sulla crescente ansia identitaria è stato sicuramente sottovalutato e per altri versi strumentalizzato. La France Insoumise, che è la forza politica centrale dell’estrema sinistra, rappresenta il permanere di una prospettiva rivoluzionaria popolare. In tale dispositivo politico ideologico non può non esserci un soggetto antagonista che ormai non è più la classe operaia ma la massa delle “banlieus” disagiate e largamente abitate da immigrati, spesso di più generazioni, provenienti in gran parte dal Maghreb. Da ottobre ad oggi la Francia ha assistito ad una deriva, ad una radicalizzazione della France Insoumise che ha portato figure come quella di Rima Hassan al centro dell’attenzione politica e mediatica. Una scelta cinica sul piano elettorale ma anche frutto di una deriva ideologica ancora difficile da interpretare con il necessario distacco. Al di là di qualsiasi considerazione è evidente che questo è un tema enorme interamente recuperato dall’estrema destra e sul quale il mondo liberal-democratico è in difficoltà e l’estrema sinistra in preda ad una pericolosa deriva ideologica.

Il secondo tema è quello delle crescenti diseguaglianze economiche e sociali. Thomas Piketty, un economista francese ormai universalmente noto, ha portato l’attenzione generale - non è il solo - su questi temi ormai da molto tempo. Famoso il suo volume “Le capital au XXIè siècle” ma nel 2023 ha pubblicato anche “Une brève histoire des inégalités”. La globalizzazione neo liberista ha trasformato la struttura sociale spingendo verso il basso in un processo di “déclassement” una quota consistente della classe media. Tutto ciò si accompagna inoltre ad una crescente tendenza a destrutturare il welfare, soprattutto la sanità pubblica e la scuola pubblica. In questo contesto gran parte della sinistra è in una situazione di morte cerebrale. Sventola bandierine ma non ha avuto la capacità di sviluppare una riflessione credibile su tali temi. Oggi si limita demagogicamente ad invocare il pensionamento a 60 anni in un paese che ha un debito pubblico al 102,4 per cento del PIB, le Produit Intérieur Brut, ovvero pari a 3mila miliardi di euro.

Ultima questione. Se si guarda la carta del voto delle legislative si ha la netta percezione del fatto che la Francia profonda non ne può più. Il centralismo francese è fallito. Fino a non molto tempo fa Parigi accentrava tutto il potere e dominava. Oggi è una metropoli assediata. L’ultimo “barrage”. Peraltro non è inopportuno chiedersi come può un paese come la Francia pensare di avere un ruolo propulsivo in Europa quando non è riuscita neppure ad affrontare definitivamente e in modo convincente il problema della Corsica. Sembra quasi che il movimento dei “Gillet jaunes” sia stato vissuto come un’influenza che passa in 7 giorni se la curi e in una settimana se aspetti che passi. Quando si arriva a questo punto è evidente che troppi problemi non sono stati affrontati e si sono incancreniti.

Dare oggi tutta la colpa al presidente Macron è una forma di macabro cinismo. Per fortuna in Francia ci sono delle luci. Penso a molte persone che non citerò, a tante, tantissime figure enormemente diverse tra di loro, individualità che a loro volta rappresentano pezzi di un mondo possibile a venire. Come si sa “la raison est un combat!”. Oggi, in un certo senso, è rivoluzionario chi ha la forza di ricercare una via originale per il futuro della Francia e dell’Europa che non sia quel “cauchemar annoncé” dell’estrema destra o dell’estrema sinistra che per numerose che siano altro non sono che ultimi scampoli di un Novecento di morte che non vuole morire.

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