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Il libro che non c’è ancora (ma ci siamo molto vicini) 9. E il processo che non ci fu mai

Il libro che non c’è ancora (ma ci siamo molto vicini) 9. E il processo che non ci fu mai
Dal giornale 24 Aprile 2021 ore 15:51

Il libro che non c’è ancora (ma ci siamo molto vicini) 9. E il processo che non ci fu mai

Tutto pareva chiudersi tranquillamente. Nessuno, alla fine, si era fatto male. Niente a che vedere con quanto accadeva ai confini orientali, tra foibe e deportazioni di massa. L’inizio della guerra fredda e l’incubo del comunismo congelavano ogni altra disputa nella parte occidentale del mondo.

In Valle la guerra tra i servizi segreti e la violenza delle manifestazioni di piazza, culminata con l’aggressione a Chabod il 26 marzo 1946, avevano lasciato il posto alla competizione fra i notabili. Tutto all’interno dei poteri che si andavano definendo tra i Decreti luogotenenziali (7 settembre 1945) e la promulgazione dello Statuto Speciale (26 febbraio 1948). Severino Caveri aveva usato la richiesta di una “garanzia internazionale” per far fuori l’ingegnere dello Statuto Speciale, Federico Chabod (salvo poi, al momento buono, lasciar cadere anche lui la richiesta di “garanzia internazionale”) e si era solidamente instaurato al potere. La politica da quel momento diventava un duello tra avvocati aostani, una sorta di prosecuzione delle dispute del foro. Anche gli “italiani”, alla fine, non avevano particolare interesse a rimestare sotto le ceneri e riaccendere focolai pericolosi.

Gli sconfitti, cioè gli annessionisti irriducibili, covavano però un forte risentimento non tanto contro gli avversari italiani, e nemmeno contro De Gaulle che li aveva illusi e poi abbandonati, ma contro i notabili valdostani che li avevano traditi. Nella loro percezione erano stati utilizzati come manodopera per poi essere abbandonati quando si era capito che non si poteva vincere.

L’occasione per una resa dei conti sembrò arrivare con l’arresto, il 29 marzo 1947, di Vincent Trèves con l’accusa formale di renitenza alla leva. L’imputato però non si era presentato alla chiamata dell’autorità militare perché impegnato in quei giorni nella raccolta di firme per il plebiscito. L’istruttoria prese pertanto una direzione più inquietante: un’indagine sul movimento annessionista (le cui carte si possono oggi leggere nel fondo Brero, presso l’Istituto storico della Resistenza) che gettava “dans le plus noir cauchemar”, come dice Page, il notabilato aostano.

Alla fine furono rinviati a giudizio, presso la Corte d’Assise di Torino, con l’accusa di alto tradimento (articolo 241 del codice penale che prevedeva ancora la pena di morte), alcuni esponenti dell’annessionismo: Vincent Trèves, Marie Nouchy, Albert Milloz, Fidéle Charrére, Pierre Lexert, l’abbé Petigat, il referente dell’emigrazione valdostana a Parigi, approdato all’annessionismo fuori tempo massimo. Solo Trèves era in carcere, gli altri erano in Francia e naturalmente ci restarono.

Durante l’attesa del processo, Severino Caveri e Oreste Marcoz, i difensori “naturali” di Vincent Trèves, preoccupati delle possibili rivelazioni del loro cliente, suggerivano una difesa in termini di semi-infermità mentale (“malade”, “pauvre d’esprit”, “emballé”, “ultima ruota del carro” “giovane spiritato”,”esaltato ed egocentrico”, si legge negli atti dell’istruttoria), suscitando l’indignata reazione dell’imputato che preferì affidarsi alla difesa d’ufficio di un giovane avvocato torinese. Fu allora che Trèves ricevette in carcere una visita inaspettata, da lui raccontata nelle sue memorie:

“Lors d’une de ses fréquentes visites, maitre Del Grosso me dit qu’il avait rencontré l’avocat René Chabod, du barreau d’Ivrée, qui lui avait exprimé le désir de s’associer a lui pour me defendre. La nouvelle me fait grand plausir. Voilà un ami qui restait un ami, bien qu’il fut de l’autre coté de la barricade. Qui plus indiquè que lui pour me défendre? Lui, le frère di professeur Frédéric Chabod, dont j’avais evité la défenestration lors de la manifestation de 26 mars 1946?”

La scelta di Chabod come avvocato difensore avrebbe naturalmente sollevato “l’indignation de tous les amis d’Aoste”, e la cosa avvenne, accompagnata da minacce che accrebbero solo la rabbia dell’imputato:

“Voilà où voulait en arriver les notables d’Aoste, compromis comme moi, sinon plus, dans la question de l’annexion! Non seulement il m’avais mis sur le dos toute la responsabilità, mais ils voulaient me faire passer par fou! Alors je n’ai plus hésité. Je me suis tout de suite fait accompagner au bureau d’immatriculation. Là j’ai rayé Marcoz et j’ai écrit le nom de Chabod”.

Presa in carica, gratuitamente, la difesa di Trèves, Chabod cambiava la strategia di difesa rinunciando a qualsiasi riferimento all’infermità mentale e puntando sull’applicazione degli articoli 15 e 16 del trattato di pace con la Francia, in base ai quali l’Italia rinunciava a perseguitare chiunque avesse espresso durante la guerra simpatie nei confronti delle potenze alleate.

Il processo, svolto a Genova nel giugno del 1948, durerà quindici minuti. Prima ancora di leggere tutti i capi di imputazione la Corte deliberò il “non luogo a procedere”, visto che “la Francia non ha mai incoraggiato le volontà annessionistiche di chicchessia ed anzi se ne è disinteressata”. Non era quindi il caso, prosegue la sentenza, di “offuscare l’atmosfera di mutua comprensione e amicizia che nuovamente esiste fra l’Italia e la vicina Nazione”. Considerati “i sentimenti di italianità e di amor patrio che animano i cittadini della nostra regione aostana”, perfino indagare se “effettivamente colà è potuto sussistere un pericoloso movimento contro l’integrità della nostra patria, ciò potrebbe anche costituire offesa per quei valligiani”.

La “verità processuale” era servita e a tutti andava bene così. Trèves usciva di prigione, salvato dal più improbabile degli avvocati difensori. I notabili aostani potevano conservare il potere dentro un’istituzione che avevano inizialmente disprezzato. Gli annessionisti emigrati potevano tornare tranquillamente in Valle. Tutti erano diventati autonomisti e di annessionismo non se ne doveva più parlare.

E per un bel po’ ha funzionato. Fino a quando qualche storico impertinente, nato dopo la guerra e convinto (forse un po’ ingenuamente) che le frontiere si devono abbattere e non spostare, non ha incominciato a frugare dove non avrebbe dovuto.

(Finale di stagione)

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