Dal giornale

Il libro che non c’è ancora (ma ci siamo molto vicini). 3

Il libro che non c’è ancora (ma ci siamo molto vicini). 3
Dal giornale 13 Marzo 2021 ore 11:11

Il libro che non c’è ancora (ma ci siamo molto vicini). 3

Che l’iniziativa del rattachement alla Francia sia nata nell’entourage del generale De Gaulle e sia stata organizzata dai servizi segreti francesi è ampiamente dimostrato sin dai libri di Marc Lengereau. Che diversi valdostani ci abbiano creduto e collaborato, almeno per un certo periodo, è ormai innegabile. Chi, quando e perché è però ancora complicato da documentare.

Ricordiamo le date per collocare con precisione i nostri personaggi. Il 6 giugno 1944 gli anglo-americani sbarcano in Normandia e iniziano la liberazione della Francia. Il 15 agosto sbarcano in Provenza e l’esercito tedesco di stanza nel sud inizia una precipitosa ritirata al di qua delle Alpi. Tra il 16 e il 23 di agosto i partigiani francesi, con l’appoggio degli anglo-americani, liberano la Savoia e si affacciano ai colli alpini. Il 25 agosto l’esercito di liberazione francese, guidato dal generale De Gaulle, entra in Parigi, precedendo simbolicamente gli anglo-americani.

Solo simbolicamente perché i francesi non sono ai vertici della catena di comando. Non saranno nemmeno invitati alla conferenza di Yalta. Prendono gli ordini dal comando anglo-americano, anche se talvolta De Gaulle e i suoi generali disobbediscono, o almeno ci provano. Tutto questo però, in quei giorni convulsi in cui la guerra sembrava finire con la disfatta della Germania, non era ben chiaro nel resto del mondo e tantomeno in Valle d ‘Aosta.

Quello che si sapeva in Valle è che una possibilità concreta di liberazione da parte francese, alla fine di agosto del ‘44, era possibile. I soldati tedeschi in Valle (ce lo assicurano autorevolmente Roberto Nicco e Silvana Presa), erano ancora pochi, non più di duemila. I militi della Repubblica Sociale intorno ai cinquemila. I valichi minori con la Francia, dal Col de la Seigne al Col du Mont, erano ancora sguarniti. Un attacco concertato fra truppe francesi, con copertura aerea e appoggio delle divisioni corazzate anglo-americane, e partigiani della Valle d’Aosta e del Canavese, avrebbe potuto avere ottime probabilità di successo. Il piano c’era. Nome in codice: Piano 26.

Ma c’era un problema: chi doveva occupare la Valle, sapendo che spesso, in guerra, chi arriva prima non va più via? Verosimilmente alla maggior parte della gente poco importava che arrivassero i francesi o gli americani, purché finisse ‘sta maledetta guerra o almeno si allontanasse da casa. Più complesso era capire l’orientamento e l’affidabilità del notabilato aostano e del clero. Per questo si muovono i servizi segreti italiani (SIM) e francesi (DGER), i cui archivi si stanno incominciando ad aprire.

Da tempo sapevamo che intorno alle “missioni” francesi c’era un gruppo di valdostani fedelissimi e irriducibili: Vincent Tréves, Albert Milloz, Marie Nouchy, Pierre Réal, Jean Frassy, Marcel Veser, Fidèle Charrère, Pierre Lexert e alcuni altri, legati per lo più all’emigrazione valdostana a Parigi, considerati però dai francesi “éléments populaires”, di sicura fede, ma di poco peso. E dai notabili valdostani delle semplici pedine, “l’ultima ruota del carro” se non addirittura dei “pauvres d’esprit”, degli “emballés” (come scrive Monsignor Stevenin). Quello che occorreva, per realizzare il progetto annessionista, era assicurarsi il controllo delle élites, sulla cui collocazione pesano ancora oggi molti interrogativi.

Nell’agosto del ’44, i francesi potevano contare certamente sul “comandante”, Cesare Ollietti (Mésard), sulla cui conversione all’annessionismo abbiamo abbondanti e sicure testimonianze. Difficile è però capire qual era il suo seguito all’interno del movimento partigiano la cui composizione era estremamente varia. C’erano i comunisti delle Brigate Garibaldi che pensavano principalmente alla rivoluzione; c’erano gli “italiani” che cercavano di limitare il potere di Ollietti e di ottenere il massimo appoggio degli anglo-americani; c’erano prigionieri di guerra in fuga di varie nazionalità e indifferenti alla “questione valdostana”; soprattutto c’erano tanti ragazzi privi di ogni formazione politica, saliti in montagna solo per sfuggire alla leva.

In Aosta, tra i potenti notabili di lungo corso, viene indicato come “il più arrabbiato degli annessionisti” l’avvocato Ernest Page, già fondatore nel 1909 della Ligue Valdôtaine, poi sostenitore nel 1924 di Benito Mussolini. Individuato nel maggio del ‘44 come “uno dei tre capi” della Resistenza, lascia qualche interrogativo il suo tranquillo rientro a casa il giorno in cui gli altri due capi, Emile Chanoux e Lino Binel, vengono arrestati.

Il gruppo annessionista più consistente è quello dei rifugiati in Svizzera. Non ci sono dubbi su Paul-Alphonse Farinet, di madre francese, già sorvegliato dall’OVRA come assiduo frequentatore del consolato francese a Torino, ma anche legato a Luigi Einaudi che gli è debitore della fuga in Svizzera e che in cambio si farà garante, nel dopoguerra, della sua fedeltà all’Italia.

Nessun dubbio neppure su Joseph Brean, canonico di Sant’Orso, federalista integrale, considerato l’erede spirituale di Emile Chanoux, più filo-svizzero che filo-francese, ma, vanificata l’opzione svizzera, non ha dubbi tra Francia o Italia.

Più indecifrabile, persino per il suo tenace e raffinato biografo, Tullio Omezzoli, Monsignor Stevenin, il “grande vecchio” che veniva dalla Rerum Novarum e dal municipalismo del Partito Popolare e che ha attraversato mezzo secolo di storia valdostana muovendo tanti fili, sempre sfuggendo a ogni etichetta.

Ancora più difficile è comprendere i movimenti dei politici di lungo corso. L’avvocato Severino Caveri, riparato a Ginevra dopo l’8 settembre, generosamente ospitato da un vignaio, Paolo Bossi, sospetto informatore dell’OVRA, si muove fra lettere cifrate, messaggi in codice, per poi cancellare ogni traccia delle sue manovre annessioniste.

Cesare Bionaz, sottotenente dell’artiglieria alpina, podestà di Quart dal 1939 al 1942, impegnato nella “cancellazione sistematica di tutto quello che puzza di francese”, lo troviamo nell’estate del 1944 uomo di fiducia dei servizi segreti francesi (di cui gestisce - con poca trasparenza, verrà poi accusato - grosse somme di denaro), ma anche, contemporaneamente, alle dipendenze del SIM, agli ordini del generale Tancredi Bianchi.

Senza dimenticare il misterioso “inconnu” di cui parla Caveri …

(continua)

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