Dal giornale

Giuliana Minuzzo Chenal, l’eleganza sugli sci: prima donna italiana sul podio ai Giochi olimpici

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“Atleti si nasce, non è facile diventarlo.” Così diceva Giuliana Minuzzo e, parafrasando il grande Totò, lei lo nacque. Classe è la parola giusta per definire Giuliana Minuzzo e il suo stile di donna e di atleta, classe è una parola che oggi nello sport è quasi sparita, di fronte alla fisicità, alla ricerca continua del potenziamento muscolare a scapito della tecnica. Invece la classe è quella che ha contraddistinto la storia dello sport e Giuliana Minuzzo ne era un esempio straordinario, con quel suo fisico minuto e la sciata leggera, che sembrava galleggiare sulla neve. Classe, vera e propria classe.

In effetti Giuliana nacque nella veneta Marostica, provincia di Vicenza, il 26 novembre del 1931, però aveva appena sei mesi, quando nella primavera del 1932 con i genitori Ernesto ed Angela, anche lei Minuzzo di cognome, arrivò al Breuil di Valtournenche, mentre altri loro parenti si erano stabiliti ad Aosta e a Montjovet. Non esisteva ancora la strada e non esisteva neppure Cervinia, Papà Ernesto e mamma Angela gestivano l’unico negozio di alimentari e panificio, a servizio degli alberghi che aprivano solamente in estate, di pochi residenti, di escursionisti e villeggianti e degli operai sempre più numerosi, impegnati nella costruzione delle dighe, della nuova carrozzabile e della prima funivia.

Poi tanta tantissima neve, metri che si accumulavano, un mondo magico per i bimbi di allora. Giuliana con la sorella Lina e il fratello Giovanni passa ora a giocare, impara ad arrangiarsi, soprattutto è intraprendente. Tra i suoi divertimenti, nel 1936 ecco gli sci: “Avevo quattro anni quando li messi la prima volta, sci di legno tutti rappezzati e ho imparato da sola. Andavo giù dritta perché non sapevo curvare, ma non avevo paura e mi lanciavo nelle discese senza problemi”. Nel 1936 nacque la Scuola di Sci del Cervino, in contemporanea con l’apertura della funivia di Plan Maison, ma Giuliana – come amava ricordare – è autodidatta, prova e riprova, cade e si rialza, soprattutto non è capace a curvare. Però il coraggio, che sarà sempre una sua caratteristica, non le manca e non ha paura di gareggiare. E’ tesserata per lo Sci Club Cervino quando con l’amica di sempre e poi compagna di azzurro Anna Pellissier partecipano alla loro prima gara: da Plateau Rosa scendono a Zermatt, ma a una deviazione Giuliana sbaglia tracciato, risale a scaletta e riparte, arriva ultima. Il carattere si forma così, batosta dopo batosta e solo un anno dopo Giuliana Minuzzo scende all’Abetone, patria di Celina Seghi, per la seconda “Coppa Foemina”: è il 1949, alla discesa libera sono invitate tutte le migliori atlete d’Europa, lei è una ragazzina, nell’età e nel fisico, con le lentiggini, bella come lo sarà sempre. La pista è affiancata da alberi, pericolosa e Giuliana parte come penultima, al traguardo sono ormai solamente i cronometristi. Il suo tempo è migliore di due secondi a quello dell’austriaca al comando, tutti si guardano, controllano i cronometri, parlano con i giudici di partenza, con i controllori sulla pista, chi era andato già al bar torna indietro, come Zeno Colò e Vittorio Chierroni, vogliono vedere chi è questa “formichina” che ha stravinto.

Una meteora? Forse, tuttavia la sorprendente Giuliana sa che ora tutti la guardano. Così ai Campionati Italiani Assoluti di Cortina si conferma per la giovanissima fuoriclasse che è, terza nella libera alle spalle di Celina Seghi e Maria Grazia Marchelli. La squadra azzurra la accoglie insieme all’amica Anna Pellissier, alla corte del commissario tecnico Otto Menardi, un uomo che per lei diventa un esempio, e dell’allenatore Leo Gasperl, l’austriaco di casa al Breuil. Nel 1950 è seconda in libera e terza in gigante al concorso internazionale di Grindelwald in Svizzera, una delle manifestazioni sciistiche più importanti dell’epoca. In primavera è a Cervinia per la discesa libera tricolore, conosce la pista alla perfezione e forza, così si infortuna in prova: stagione finita.

E’ il primo di una lunga serie di infortuni, tutti incredibilmente superati con una forza di volontà pazzesca, tanto che nel 1951 rientra a Bressanone per i Campionati Assoluti e vince lo slalom gigante, il suo primo titolo italiano, piazzandosi terza in libera e in speciale. L’anno successivo è quello delle Olimpiadi di Oslo, nei tricolori è campionessa italiana in discesa libera e argento in slalom, ha vinto per la terza volta la “Coppa Foemina” all’Abetone ed è seconda in combinata a Grindelwald, insomma si presenta in Norvegia con il morale alto e l’entusiasmo di una ragazzina in un mondo di grandi. Invece è lei a stupire tutti, inizia giovedì 14 febbraio 1952 con il 20esimo posto in gigante, poi sabato 16 è a bordo pista ad ammirare Zeno Colò nella sua vittoria nella discesa libera. “Eravamo tutti felici per Zeno e facemmo una gran festa per la sua medaglia d’oro, però io andai a dormire presto perché il giorno aveva la mia discesa libera. Domenica 17 e avevo il 13 di pettorale, altro che scaramanzia… Il fondo della pista a Norefjell era ghiacciato, molto duro, l’ideale per me che ero leggera. Non avevo paura, mi lanciai nel vuoto, in quel bosco e nella mente vedevo Cervinia, ormai avevo imparato a curvare e frenare. Quando seppi di essere terza mi sentii stringere in un abbraccio molto forte e poi lanciare in aria, era Zeno che mi stritolava e per poco non mi bruciò il volto con quella sigaretta sempre accesa che teneva tra le labbra.”

Quella domenica Giuliana Minuzzo da Breuil Cervinia entrò nella storia come la prima donna italiana a conquistare una medaglia ai Giochi Olimpici invernali. Vinse l’austriaca Trude Beiser, davanti alla tedesca Annemarie Buchner, ma per l’Italia quel bronzo fu un segnale epocale, se si considera che le donne avevano avuto il voto neanche sei anni prima e che lo sport femminile era considerato molto poco, quasi niente. Comunque Giuliana Minuzzo rappresentò tanto in quell’Italia degli anni Cinquanta. Grande atleta che portava dentro di se una storia di sacrifici, poi proprio nel 1952 moglie di Cesare Chenal che per la Nazionale Cogne lavorava a Cogne, dove i due sposi si trasferiscono, con lei che faceva la spola con il Breuil dove si allenava. E dell’US Cogne di Aosta diventa atleta, partecipando nel 1953 ai “suoi” Campionati Italiani, visto che vince tutto: discesa, gigante e speciale.

Quindi la scelta importante, condivisa, di diventare mamma e nel 1954 nasce la prima figlia, Silvana. Un anno di interruzione e ritorna alle gare nel 1955 portandosi a casa i titoli tricolori di discesa libera e slalom speciale: un ottimo biglietto da visita per le Olimpiadi di Cortina, dove è chiamata a pronunciare il giuramento: è la prima donna a farlo nella storia dei Giochi estivi e invernali. Un onore grandissimo, peraltro in quella che è la prima Olimpiade trasmessa in televisione e in mondovisione, tanto che la lettura della formula dovette essere ripetuta dopo la cerimonia inaugurale, in modo da ottenere delle riprese più ravvicinate. La “mammina volante” è conosciuta dal grande pubblico, finisce nei rotocalchi come nelle raccolte di figurine. “Nel giuramento c’è tutto. Se tutti lo leggessero ogni mattina e si comportassero di conseguenza, staremmo tutti bene. Salire sul palco per pronunciare quelle parole è stato emozionante, come sul podio olimpico.” E’ quarta in libera per un terribile errore degli allenatori che sciolinano troppo gli sci facendole perdere aderenza, quarta in slalom per appena un decimo, perso nella seconda manche, 13esima in gigante e terza nella combinata, che però vale come Campionato del Mondo perché la specialità all’epoca non figurava nel programma olimpico.

Nel 1957 nasce la seconda figlia Donatella e poi per Giuliana riprendono gli allenamenti perché nel suo programma c’è addirittura una terza Olimpiade. “Ne avevo programmate tre. Pensavo che fossero le gare più importanti e ho preferito sacrificare i Mondiali per avere le mie figlie.” Ricomincia ad allenarsi con impegno, questa volta a Gressoney con Davide David, privilegiando lo slalom e nel 1959 è campionessa italiana in speciale. Dopo una dura selezione, parte per gli Stati Uniti, dove a Squaw Valley in California si disputa l’ottava Olimpiade invernale. E’ iscritta solamente alle gare tecniche e martedì 23 febbraio 1960 l’unica manche dello slalom gigante è incredibile per l’epoca, in sette si piazzano in nove decimi, prima è la svizzera Yvonne Ruegg, seconda a un decimo la statunitense Penelope Pitou, terza Giuliana Minuzzo a tre decimi, una vera roulette, dalla quale la valdostana esce con l’ennesima fantastica prestazione di volontà e di classe, unica medaglia azzurra di quella spedizione olimpica.

Per la “mammina volante” è ora di smettere. “Ho avuto il coraggio di dire basta. Quando si è atleti, in primavera si è stanchi e non vedi l’ora di stare con la famiglia, poi in autunno torna la voglia di gareggiare.” Però, pur quasi non allenandosi rimane ai vertici dello sci femminile italiano, malgrado gli infortuni, le fratture, la nascita di due figlie, nel 1961 vince ancora lo slalom di Grindelwald ed è terza nel gigante tricolore. “Mi sono ritirata dopo l’ultimo titolo italiano conquistato a Courmayeur in slalom speciale nel 1963.” Bilancio due bronzi olimpici, un bronzo mondiale, nove titoli italiani, sedici medaglie tricolori complessive e poi tante tante affermazioni nelle classiche dello sci del suo tempo.

Giuliana Minuzzo trasferisce quindi la sua classe dallo sci all’abbigliamento sportivo, aprendo a Cervinia un bellissimo negozio, che in breve diventa un punto di ritrovo per l’eleganza in montagna, del quale si occupò sino al 2000 per poi trasferirsi sulla collina di Aosta, insieme al marito Cesare Chenal, scomparso nel 2007. Due anni dopo chiuse il “Giuliana Minuzzo Sport” e la sua vita diventò Aosta, nella casa di Roppoz dove abitava dal 2013 e dove è mancata serenamente mercoledì scorso, 11 novembre.

Tra i tanti riconoscimenti che ne hanno premiato l’impegno, nel febbraio del 2012 venne insignita dalla Valle d’Aosta dell’onorificenza di Chevalier de l’Autonomie e nell’occasione si presentò con la sua divisa da azzurra, indossata con orgoglio, che per lei rappresentava un simbolo, il simbolo stesso del rispetto verso gli altri e del rispetto degli avversari sportivi. D’altronde la classe per Giuliana era vera classe.

Oggi, sabato 14, alle 14,30 la chiesa di Sant’Orso ad Aosta ospita l’ultimo saluto a Giuliana Minuzzo Chenal, donna che ha fatto la storia dello sport italiano e dello sci azzurro. Ora la “mammina volante” è tornata probabilmente ragazzina, con lo sguardo che spazia nel grande bianco del Breuil, poche case e pochi alberghi, mentre scende veloce e senza curvare con il vento che trasporta le urla dei suoi compagni di giochi e di sci: “Tot dret, tot dret, va tot dret.”