Dal giornale

Aurelio Danna, da Champorcher all’Amazzonia inseguendo il sogno di un mondo più giusto

Dal giornale 13 Marzo 2021 ore 16:04

Una tra le belle storie da raccontare è quella di Aurelio Danna, un valdostano che ha saputo inseguire i suoi sogni e i suoi ideali con coraggio e consapevolezza. Partiamo quindi, come è giusto, dall’inizio e cioè dal 1948 quando suo papà Giovanni Battista Danna, classe 1914, e la mamma Maria Savin, lei era del 1922, si sposarono e da quel matrimonio nacquero i loro due figli, Luciano che venne alla luce il 25 novembre dello stesso anno, e appunto Aurelio, nato il 25 maggio del 1957. Entrambe le famiglie dei genitori erano originarie di Champorcher, la mamma di Coudreyt e il papà del Moulin, dove aveva casa e dove vissero la realtà contadina, lavorando la campagna ed allevando alcune mucche. Inoltre, Giovanni Battista era fabbro e si occupava pure della segheria ad acqua da lui costruita tra il 1947 e il 1948, mamma Maria invece gestiva come mugnaia il mulino di famiglia risalente ai primi dell’Ottocento.

«Mio fratello maggiore Luciano - racconta lo stesso Aurelio - ha frequentato le scuole elementari a Champorcher per poi partire per il Piccolo Seminario di Aosta dove ha frequentato le medie e le superiori. Luciano è poi stato ordinato sacerdote nel 1973 e sin da subito si è dedicato ai giovani come responsabile degli scout prima di iniziare un lungo impegno nel sociale, a fianco degli esclusi, essendo tra i fondatori della Cooperativa Agricola San Grato di Aosta. Nel suo percorso di vita è stato parroco a Roisan, al Quartiere Dora di Aosta, poi a Etroubles, Saint-Oyen e Bosses. Attualmente vive a Moncrivello, nel vercellese, nella comunità del Santuario del Trompone, dove sta cercando di recuperare le forze psicofisiche, venutegli meno nel corso degli ultimi anni.»

La famiglia Danna rimase a Champorcher fino al 1963, quando decise di partire per la pianura. Fermò il mulino, la forgia, la segheria, chiuse la stalla con destinazione Samone, vicino ad Ivrea. «Proprio a Samone - ricorda Aurelio Danna - ho frequentato la prima elementare in un ambiente totalmente a me estraneo. Papà aveva trovato lavoro come fabbro e la mamma faceva la casalinga mentre Luciano si apprestava ad entrare in Seminario ad Ivrea. Quella fu solamente la prima tappa del nostro migrare in cerca di orizzonti migliori.»

Siamo negli anni Sessanta, un’epoca segnata dallo spopolamento della montagna, della crescita economica, delle migrazioni dal sud al nord dell’Italia e dello sviluppo della società industriale a scapito del mondo rurale. «In questa fase di cambiamenti ci siamo trasferiti prima ad Hône, quando era in costruzione l’autostrada, poi a Pont- Saint-Martin e quindi a Donnas. Nel frattempo ho frequentato le scuole medie e l’Istituto professionale regionale a Pont-Saint-Martin. In estate e durante le vacanze tornavamo sempre al “nostro mulino” di Champorcher per fare i fieni e preparare la legna per l’inverno. In quell’epoca al mulino si arrivava solo a piedi, scendendo da Mellier, lungo la ripida mulattiera, sempre ben carichi di borse, di pacchi e di ogni altro materiale per le manutenzioni della casa.»

E’ tempo per Aurelio Danna del primo approccio con il mondo del lavoro. «Nel 1975 ho iniziato a lavorare come metalmeccanico all’Enrietti di Hône. Sono stati gli anni durante i quali ho iniziato a conoscere il mondo sindacale ed a pormi degli interrogativi sulla società in cui vivevamo e sulla possibilità di operare scelte importanti per il futuro. Nel 1977, a vent’anni, anziché il servizio militare, scelsi di fare il servizio civile, in quanto obiettore di coscienza, il secondo in Valle d'Aosta, visto che una nuova legge permetteva appunto la scelta di impegno nel sociale.»

Per Aurelio Danna è l’inizio di un modo di concepire la vita come opportunità di crescita umana in condivisione con i settori più deboli della società. «Cresceva in me la voglia di rendere reale l’utopia di un mondo più giusto e nel quale le opportunità potessero diventare reali per tutti. Poi gradualmente maturava in me pure la consapevolezza di uno stile di vita più sostenibile. Il servizio civile l'ho iniziato all’Istituto Casa Nostra di Torino, un centro per minori in attesa di affidamento. Al ritorno in Valle d'Aosta sono entrato a far parte della Cooperativa Agricola San Grato di Aosta che è stata una delle pioniere di quelle che oggi sono le cooperative sociali. In quegli anni di scelte personali, vissute anche con momenti di conflitto e contraddizione per lo stile e il tenore di vita esistente nella nostra regione, percepivo che i confini della “petite patrie” erano per me allo stesso tempo una risorsa e un limite.»

Proprio nel periodo di collaborazione con la Cooperativa San Grato risale l’incontro con la persona che di fatto entrerà nella vita di tutti i giorni di Aurelio condividendone ogni ideale. «Durante questo percorso ho incontrato Anna Alliod, originaria di Pontey, nata in una famiglia di contadini. Con lei l'intesa era stata immediata ed entrambi vivevamo di riflesso i grandi cambiamenti sociali e politici dell’America Latina e per noi si aprivano nuovi orizzonti.»

Tanto che nel dicembre del 1983 entrambi decisero di attuare un loro sogno, quello di raggiungere l’Amazzonia brasiliana, più precisamente per lo Stato dell’Acre, ai confini della Bolivia e del Perù. «Prima di partire abbiamo fatto un lungo periodo di formazione e di selezione a Verona con l’allora Mlal, cioè il Movimento laico America Latina. Il lavoro nell’Acre lo abbiamo svolto come agenti della pastorale assieme ai colonos e ai seringueiros, i raccoglitori di caucciù, per provare a cambiare una società troppo ingiusta ma questo non ci è stato permesso. Ricordo che eravamo obbligati a dormire sulle amache e non sui letti per la presenza dei serpenti. Il Brasile allora attraversava una fase di dittatura ed era rischioso operare in quei luoghi visto che la polizia militare ci sorvegliava, tanto che dopo solamente undici mesi abbiamo dovuto tornare ad Aosta a causa dell’impossibilità di ottenere il visto di permanenza in Brasile.»

Al rientro nella nostra regione, Aurelio Danna ed Anna Alliod presero sempre più parte alle attività delle cooperative sociali che operavano per l'inserimento delle persone svantaggiate. «Il 30 giugno del 1985 ci siamo sposati nella chiesa parrocchiale di Gignod, cerimonia officiata da don Michele Giachino insieme a mio fratello Luciano e siamo andati a vivere temporaneamente a Champorcher: il nostro viaggio di nozze lo abbiamo speso nei prati attorno al mulino di famiglia a fare i fieni. L'8 novembre del 1986 è poi nato ad Aosta il nostro primo figlio, Davide.»

Passano soli pochi mesi e la famiglia Danna è nuovamente in movimento. «Nel giugno del 1987 siamo ripartiti per l’Amazzonia, sempre con l’organizzazione Mlal con Davide che aveva appena otto mesi. Questa volta, siamo andati nello Stato del Parà, grande quattro volte l’Italia, settecento chilometri a sud della foce del Rio delle Amazzoni, nel piccolo nucleo di Parauapebas del grande Comune di Marabà. Era una regione di forti conflitti per il possesso della terra fra contadini e latifondisti, meta di consistenti immigrazioni da tutte le regioni del Brasile per le ingenti ricchezze minerarie. Basti ricordare Serra dos Carajas, una delle miniere di ferro più grandi al mondo a cielo aperto, e Serra Pelada, una miniera di oro che nel suo periodo più fiorente accoglieva fino ad ottantamila cercatori del prezioso metallo. E noi ad organizzare i contadini per resistere nei loro pezzi di terra, cercando di creare un modello di agricoltura sostenibile, e a contrastare la distruzione della foresta. Indimenticabile quel tempo di rischi, di sfide, di conquiste, di timori… Tuttavia oggi l'Amazzonia brucia ancora sotto l'eterna spinta di interessi troppo grandi per arrestare questa follia.»

In quel periodo irto di difficoltà arrivò una gioia improvvisa. «Il 7 giugno del 1990 è nata la nostra seconda figlia, Cristina, più semplicemente Tina. Un miracolo ha voluto che sopravvivesse alla polmonite contratta alla sua nascita. In Amazzonia molti bambini morivano e muoiono ancora oggi per malattie respiratorie, ma la nostra Tina ce l’ha fatta. E che dire della gravidanza di Anna, con il ginecologo che si trovava a sei ore di strada dissestata. Avrebbe dovuto fare un parto cesareo assistito ed invece aveva partorito in emergenza nella clinica che era a due passi da casa nostra. Dopo una giornata di degenza Anna e la bimba sono state dimesse, ma la piccola Cristina faticava a respirare e serviva una incubatrice visto che era nata di otto mesi, però in clinica si è provveduto con quello che c’era e cioè una semplice bacinella con un po’ di ossigeno e la fede che potesse farcela. Ma che paura quando la febbre di Tina saliva.... ma alla fine la nostra guerriera ce l'ha fatta.»

Ogni progetto però ha un inizio e un epilogo: quindi nel 1995 «Per noi era arrivato il momento di tornare a casa. Davide e Cristina parlavano però solamente portoghese e quindi una volta rientrati in Valle d’Aosta hanno dovuto imparare sia l'italiano che il francese. Per alcuni anni siamo andati ad abitare a Roisan prima e a Arpuilles di Aosta poi. Sia Anna che io abbiamo lavorato nelle cooperative sociali che, fra le altre cose, hanno sempre appoggiato il cofinanziamento dei progetti con delle campagne di solidarietà. Avendo però mantenuto sin dal 1982 i contatti con il Mlal di Verona per noi si prospettava nuovamente la possibilità di ripartire, questa volta per le Ande boliviane, e così nel 2001 ci siamo messi in viaggio con tutta la famiglia.»

La Bolivia è un paese grande quasi quattro volte l’Italia e con soli dieci milioni di abitanti, con dei forti tratti indigeni, con paesaggi incredibilmente diversi, dai duecento metri del Tropico ai villaggi sulle Ande a cinquemila metri di altezza. «La Bolivia stava vivendo un periodo di conflitti sociali interni - ripercorre quei giorni Aurelio Danna - che vedeva i movimenti popolari degli indigeni, dei campesinos e dei minatori protagonisti di un progetto di cambio molto radicale, che si raffigurava nel confronto-scontro tra campagne e città, tra indigeni e bianchi, tra regione orientale ed altopiano. Comunque il vero motivo dei conflitti erano le fortissime disuguaglianze per l’uso delle materie prime come acqua, gas e minerali. Noi lavoravamo con le OECAs, che erano le organizzazioni produttive dei contadini, simili alle nostre cooperative agricole. Nei vari progetti cofinanziati soprattutto dall’Unione Europea e in parte dall’Italia, abbiamo operato in momenti diversi, in vari settori, dalla trasformazione dei latticini e della frutta alle filiere del mais, del grano, dell’uva, del caffè e delle fibre naturali di alpaca e vigogna, dell’artigianato tessile e del turismo responsabile. La nostra vita familiare non è stata meno intensa, avendo vissuto per circa dieci anni in Cochabamba e poi a La Paz, coinvolti nel contempo in diverse altre regioni. Nel frattempo i nostri figli hanno studiato e si sono laureati entrambi a Cochabamba, Davide in filosofia e Cristina in sociologia, e nel 2010 siamo diventati nonni di Alicia e nel 2014 di Daniele, figli di Davide e della sua compagna Alejandra Cordova. Cristina si è invece sposata con Samuele Chieno ed oggi vive a Verrayes, mentre Davide risiede ancora Cochabamba.»

Nel 2017 Aurelio ha fatto ritorno a Champorcher mentre la moglie Anna ha continuato fino al 2018 il lavoro in Bolivia. «Attualmente collaboro stagionalmente con la Cooperativa Sociale Mont Fallère, come tutor nei lavori di utilità sociale, con l’Unité des Communes Evançon e con l’Amministrazione comunale di Aosta dove coordino le squadre composte da persone che per diverse storie di vita hanno delle fragilità e che cercano di reinserirsi nel tessuto sociale attraverso il lavoro. Anna invece continua ad occuparsi assiduamente delle iniziative di Progettomondo in Bolivia e Perù, in particolare nei settori dell’artigianato tessile, delle fibre naturali dell’alpaca e del turismo solidale. Siamo tornati a vivere a Champorcher nella casa del mulino, che è stata costruita dai nostri bisnonni e che stiamo piano piano valorizzando e chissà che tra qualche anno la forza costante dell’acqua non possa tornare a “far girare” le pale del mulino, certamente non per macinare segale, granoturco e castagne, che rappresentavano la sicurezza alimentare delle popolazioni montanare fino agli anni Cinquanta.»

Nella vita di Aurelio Danna ha anche fatto capolino lo sport con due vere ed autentiche passioni. «Da giovane sono stato dilettante di Seconda categoria di ciclismo prendendo anche parte a un Giro della Valle d’Aosta ed ero un “grimpeur” visto che amavo le salite. L’altra mia passione è lo sci di fondo che pratico tutt’ora e sono attualmente presidente dello Sci Club Champorcher, oltre a far parte con mia moglie della locale Pro Loco.» Una vita quindi sempre al massimo quella di Aurelio Danna, capace di catapultarsi senza paura in realtà difficili - e a volte anche pericolose - con la consapevolezza che gli ideali ed i sogni vadano inseguiti con coraggio e con determinazione.

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