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Agguato mortale in Spagna a Giuseppe Nirta, è sfumata la pista della vendetta mafiosa: sotto accusa la compagna

Agguato mortale in Spagna a Giuseppe Nirta, è sfumata la pista della vendetta mafiosa: sotto accusa la compagna
Dal giornale 05 Febbraio 2022 ore 18:30

Inizierà lunedì 25 aprile per giungere a sentenza martedì 3 maggio in Spagna, davanti a una giuria popolare, il processo per l’omicidio di Giuseppe Nirta, ucciso a 52 anni il 9 giugno 2017 mentre rientrava nella sua abitazione a Charcon, provincia di Aguilas, nella Murcia, a colpi di pistola. Aveva precedenti per traffico di droga, aveva vissuto diversi anni in Valle d'Aosta ed era stato coinvolto nell’operazione Minotauro contro la ‘ndrangheta in Piemonte. L’unica imputata è la sua compagna, Cristina Elena Toma, romena, originaria di Honeodara. Per lei la Procura chiede una condanna a 26 anni. Secondo El periodico de Espana, che riporta la notizia, Giuseppe Nirta era sotto indagine in Spagna per i suoi presunti legami con la ‘ndrangheta.

Originario di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, è fratello di Bruno Nirta, per carabinieri e Dda di Torino al vertice della locale aostana di ‘ndrangheta e condannato l’anno scorso, nel secondo grado del processo Geenna, a 12 anni 7 mesi e 20 giorni di reclusione. In base alla ricostruzione della Procura spagnola, la sera dell’omicidio la coppia stava rientrando a casa ad Aguilas quando la donna è scesa dall’Alfa Romeo 147 e gli ha sparato 7 colpi di pistola. Cristina Elena Toma inoltre non ha chiamato direttamente i soccorsi, ma si è limitata a informare un’amica di Giuseppe Nirta usando il cellulare di lui. L’accusa del Pm si basa su 2 perizie tecniche della Guardia civile, secondo cui la maglia e i pantaloni indossati quella sera da Cristina Elena Toma presentavano tracce di polvere da sparo. Per detenzione illegale di armi, la Pm Maria Monserrate Mula Igualada ha chiesto 2 anni di detenzione e ha proposto 200mila euro a titolo di risarcimento in favore della madre di Nirta. Dal canto suo, la famiglia della vittima costituitasi parte civile chiede un risarcimento di 500mila euro e la conferma della pena detentiva per Cristina ElenaToma che dopo aver trascorso un anno e mezzo in custodia cautelare in carcere, è in libertà vigilata.

Le indagini che hanno condotto al processo sono state affidate alla Guardia Civil di Aguilas e sono state seguite con attenzione almeno sino al 2019 dai carabinieri di Aosta e dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino, perché su quel delitto si allungava l'ombra di una guerra di ‘ndrangheta e perché il nome di Giuseppe Nirta è legato a diverse inchieste sulla presenza delle cosche in Valle d’Aosta. Gli investigatori spagnoli sono convinti che a uccidere il boss della potente ‘ndrina calabrese che porta il suo nome non sia stato il commando di una cosca rivale o altri killer venuti da lontano. Una conclusione alla quale sono giunti al termine di indagini accurate, che avevano anche portato all'arresto di 4 spagnoli e un italiano, poi completamente scagionati. Secondo la magistratura spagnola, quello di Giuseppe Nirta è un omicidio in ambito familiare a sfondo passionale che non ha relazioni con la faida in seno alla potente mafia calabrese ipotizzata in un primo momento. All'inizio delle indagini, la Guardia Civil aveva dato per scontata la versione di Cristina Elena, secondo cui lei e il suo compagno appena scesi dall'auto di fronte alla loro abitazione erano stati aggrediti da uno o più sconosciuti armati di pistola e coltello e lei era riuscita a salvarsi fuggendo nel buio.

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