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Abele Blanc: «Con l’evoluzione climatica servono nuove strategie per il turismo, anche senza sci»

Abele Blanc: «Con l’evoluzione climatica servono nuove strategie per il turismo, anche senza sci»
Dal giornale 02 Gennaio 2021 ore 06:30

I periodi più floridi in Valle d’Aosta sono stati quelli senza ghiacciai. E’ inutile misurarne l’arretramento e attuare strategie per limitarlo. E’ un fenomeno irreversibile, inesorabile e parte dei corsi e ricorsi storici. Ne è convinto Abele Blanc, guida alpina di Aymavilles, maestro di sci nordico e istruttore nazionale di sci alpinismo e regionale di soccorso alpino, nonché alpinista tra i più noti a livello italiano, con al suo attivo tutte le 14 vette sopra gli 8.000 metri. L’Everest 2 volte, la prima nel 1992, la seconda nel 2010. Le sue idee sono - in sintesi- in questa intervista.

Quale conseguenze avrà il riscaldamento globale in montagna?

«C’è un grande allarmismo sui cambiamenti climatici ma, nella storia della Valle d’Aosta, i periodi più floridi sono stati quelli senza i ghiacciai, in epoca romana e nel Medio Evo. Ora si sta andando verso una nuova deglaciazione. Se si stanno alzando le temperature medie, quando per esempio a Milano ci saranno 45 gradi, tutti vorranno salire verso la montagna. Un po’ come è avvenuto in Turchia, che è in crescita per via dei flussi turistici dai Paesi arabi. Bisogna analizzare la storia della Valle d’Aosta, che ha insegnato a non avere paura. Anche quando non c’erano le autostrade né lo sci, ma solo i sentieri e i monumenti. Io appartengo ancora a una generazione che testimonia quel periodo, quel tipo di economia e cultura. Dopo la mia generazione non l’avrà più vissuta nessuno, avendola solo sentita raccontare. Era un’economia che ruotava intorno alla stalla. Preferivamo avere case piccole con finestre piccole, per non fare entrare il freddo e perché la vita avveniva perlopiù fuori. Ora, al contrario, si hanno appartamenti ampi e con grandi vetrate per poter ammirare i ghiacciai e le montagne dal salotto. Però la natura è più bella dal vivo».

Su quali binari andrà reindirizzato il turismo?

«A partire dall’evoluzione climatica, che è un dato di fatto ed è un fenomeno irreversibile, chi ha il potere di decidere dovrebbe individuare nuove direzioni e strategie per il turismo, anticipando i tempi, non subendo passivamente il cambiamento. La montagna avrebbe tante potenzialità. Ogni ambiente deve saper valorizzare quello che ha, pensando anche a un turismo senza sci, ma con nuove discipline sportive, sempre sostenute dagli impianti di risalita, che restano fondamentali. Potrebbe cambiare il loro scopo, e per questo bisogna prepararsi per tempo. Gli inverni saranno sempre più corti; per il rialzo termico, ormai non sono più ipotizzabili 6 mesi di sci, neanche innevando artificialmente, anche perché si toglierebbero troppe risorse idriche alla natura. Sarebbe opportuno diversificare gli sport montani: dalla mountain bike da portare in funivia al volo con l’aliante, per il quale Aosta era la stazione più importante negli anni Sessanta e Settanta , al rafting sulla Dora Baltea, che fino a 10 anni fa non si pensava che potesse essere sfruttata a tal fine e ora è diventata una risorsa, alle cascate di ghiaccio».

Come si può risollevare il turismo in Valle d’Aosta?

«Andrebbero curati meglio e valorizzati i sentieri, anche quelli intercomunali. Occorrerebbe variare l’offerta e collaborare di più a livello territoriale. Oggi la collaborazione è scarsa: se un sentiero collega 2 Comuni viene abbandonato, perché ognuno fa per sè. Zermatt, Chamonix o, per restare in Italia, il Trentino fanno molto più marketing territoriale. Sulle Dolomiti si riscontra una maggiore preparazione, poiché il turismo è partito 50-100 anni prima e si tramandano le conoscenze a livello familiare. I siti turistici dovrebbero avere la traduzione in inglese e ormai anche in giapponese e in cinese. In funzione del cambiamento climatico, i rifugi raggiungibili a piedi a quota 2.000 dovrebbero rimanere aperti 12 mesi e non solo 6 all’anno, come già avviene in Francia. Sulla Via Francigena i turisti dovrebbero poter comperare tutto l’anno i prodotti locali, dalla Fontina al miele. Se non si offrono luoghi di interesse o un filone da seguire - cappelle, baite, grotte - diventa difficile predisporre un’offerta turistica di qualità. Non tutti amano camminare, le escursioni sono riservate a pochi. La maggioranza preferirebbe riscoprire il passato attraverso baite e alpeggi, che ormai sono ruderi, ma andrebbero ristrutturati e visitati con la guida, che potrebbe insegnare loro come si viveva e quali materiali si utilizzavano per costruire».

Cosa ha insegnato questo periodo di pandemia?

«Il Coronavirus fa riflettere sui nuovi scenari e su uno sfruttamento turistico che dovrà essere più in armonia con la natura. Si dovrà imparare a vivere in modo più semplice. L’ideale sarebbe che le scuole valorizzassero il territorio ai fini della didattica e insegnassero le regole della montagna, come viverla e come rispettarla. Gli insegnanti dovrebbero avere il coraggio di insegnare alcune materie nella natura. Per risollevare il turismo post Covid, occorreranno attività più sostenibili, ricreando piccole strutture ricettive che consentano di vivere a contatto con le persone del posto e permettano di riscoprire i valori veri dell’amicizia e della famiglia».

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